1. Il figlio di Bruno Zevi

    “oggi, in Italia, se si vuole ottenere qualcosa come – ad esempio – l’affidamento della cura del Padiglione Italiano alla prossima Biennale di Venezia, o si è Bruno Zevi, o si è il figlio di Bruno Zevi. E dal momento che di Bruno Zevi non ce ne sono più in circolazione, non vi è nulla d’altro e di meglio che essere il figlio di Bruno Zevi.”

    Così esordisce l’editoriale di Biraghi a proposito della nomina di Luca Zevi, figlio del ben più noto Bruno Zevi, a curatore del padiglione italiano alla Biennale di Architettura di Venezia che si terrà tra solo tre mesi.

  2. “La Vera piazza Dante”

    Venerdì stavo scendendo dalla mia facoltà verso Trento, a piedi, con dei miei compagni di corso. Discutevamo della prova in itinere di statica, del concerto del sabato precedente degli Offlaga Disco Pax, delle consegne di rilievo e di cose varie. 

    Ad un certo punto uno di loro, veronese pure lui, mi fa: Hai visto che mercoledì è tornata la vera piazza Dante?

    Cosa vuol dire la vera piazza Dante, gli ho risposto. La sua risposta è stata molto diretta, purtroppo. Una risposta basata sull’idea che piazza Dante debba per forza essere un luogo per quelli che vengono intesi come “alternativi”. Una piazza epurata da ogni diversità, senza i “fighetti” (parole sue).

    Ma non trovo bello qui mettermi a giudicare le idee di un amico. Preferisco quindi esporre qui ciò che è emerso dalla discussione (abbastanza accesa) sull’argomento.

    Partiamo dalla terminologia. Non potrò esimermi dall’usare generalizzazioni, anche se molto spesso imprecise. Ognuno di noi è un individuo, e penso che nessuno si senta appartenere ad una categoria definita come quella degli “alternativi” o dei “fighetti”. Ma queste due categorie mi tornano utili per descrivere le differenze sociali all’interno di piazza dante. Sono due estremi, ben inteso, e la maggior parte delle persone che frequentano quella piazza ho ragione di pensare si trovino nel mezzo.

    Vorrei provare a definire questi due generi, ma credo che facendolo renderei la questione ancora più complessa, quindi lascio a voi il compito di capire a cosa mi riferisco.

    Il ritrovo del mercoledì sera in Piazza Dante non è nato da “alternativi” né da “fighetti”. È nato prima di tutto da persone che sentivano la necessità di avere un posto in cui socializzare all’aperto, senza dover rinchiudersi in casa nei mesi estivi. I primi che hanno risposto alla chiamata, ovviamente, sono stati gli “alternativi”. Il loro nome ci dice anche perché: per costruire un’alternativa all’imperante obbligo di andare per bar per trovarsi con gli amici.

    Nel tempo le cose sono cambiate, e la composizione della piazza si è variegata, portando persone che non hanno obiettivi comuni agli “alternativi”, ma che hanno il solo scopo, in piazza Dante, di stare con i propri amici e di divertirsi. Ed è una cosa bellissima, perché siamo veramente in tanti, e siamo tutti diversi, e vogliamo tutti divertirci. Nella nostra città, nella nostra piazza.

    Si potrebbe parlare anche della coscienza di questa azione. Quante persone tra quelle che frequentano quella piazza sono coscienti del fatto che la loro presenza è un atto politico? Un atto urbano, prima di tutto; una rivendicazione della “proprietà” della città: la città è dei cittadini, che hanno il diritto (e a mio avviso anche il dovere, per definizione) di viverla. Nessuno dovrebbe limitare questa libertà.

    [Riguardo agli abitanti della piazza, che saranno due di numero visto che il centro storico si avvia ad un totale abbandono in favore dei turisti (di questo parlerò in un’altra occasione), dico una cosa: è giusto lamentarsi, ma non credo che due chitarre e qualche chiacchera faccia più rumore dei bar che sparano musica in piazza erbe. E non so dove siate voi d’inverno quando la piazza si riempie dei mercatini di Natale, perché quali fanno come minimo lo stesso rumore.]

    Torniamo però al concetto espresso dal mio compagno: la Vera (si, maiuscolo) piazza Dante. Cosa vuol dire Vera? Secondo lui (e molti altri, con cui ho parlato la scorsa estate) solo con gli alternativi. Ma se ciò accadesse tutto ciò che piazza Dante ha rappresentato e costruito crollerebbe in un secondo.

    Nella piazza ci deve essere la libertà di trovarsi, la libertà di condividere anche con persone che non si conoscono o che non sono della nostra stessa idea. Non dobbiamo cadere nella ghettizzazione, cosa che accade troppo spesso e che viene accettata per comodità. Dobbiamo piuttosto cercare di insistere sul risultato a cui la piazza ci ha portato:  persone provenienti da ambienti così diversi si trovano nello stesso luogo e si acccettano. E magari, in un futuro, si parleranno anche. 

  3. Periodici

    A dicembre ho cominciato a guardarmi intorno per scegliere (almeno) una rivista di architettura cui abbonarmi. Ho esaminato le varie opzioni, e questo è quello che ho dedotto:

    Casabella. È un’ottima rivista per chi si occupa di architettura a livello teorico, ma non la consiglierei a chi, come me, deve farsi le ossa su COME costruire realmente. Ha dei tecnici competenti, delle ottime foto, ben dosate sulle pagine della rivista, ma mancano piante tecniche e c’è pieno di pubblicità.

    Domus. Non l’ho neanche tenuta in considerazione: la pubblicità ha preso il sopravvento e preferisco evitare di spendere i miei soldi in volumi enormi.

    Ora viene il difficile. Si, perché facendo un passo più in profondità dopo queste due riviste che con i loro direttori hanno segnato gli anni ‘50 e ‘60, si apre un mondo. Si passa dalla rivista inglese a quella australiana; da quella della Mondadori a quella fatta in casa; da quella che parla di dettagli tecnici a quella di critica teorica totale.

    E in questo miscuglio diciamo che ho tirato le fila scegliendo una rivista, Arketipo, edita dal gruppo Il Sole 24 ore, che cura sia l’aspetto architettonico che quello tecnico-ingegneristico, prediligendo però quest’ultimo. (basti vedere questa copertina).

    Ero un po’ insoddisfatto, quindi. Io, che mi appassiono leggendo Tafuri o Eisenmann, avevo veramente bisogno anche di uno sbocco teorico, o se non altro una finalità per tutto il lavoro pratico. E così, navigando su internet, ho scoperto attraverso Archizines la magnifica rivista Boundaries

    Boundaries è un quadrimensile italiano, diretto da Luca Sampò, architetto romano e professore di Storia dell’architettura alla Sapienza. Il primo numero si è occupato dell’architettura in Africa, il secondo dell’architettura per le emergenze, il terzo, uscito poche settimane fa, delle architetture per la pace. 

    È un piacere leggere una rivista curata, scena pubblicità, con molte rubriche e certamente ben scritta, che punta alla densità di informazioni piuttosto che al numero di pagine.

    Ed è un piacere leggere di questi progetti per l’Africa, per la pace a Cipro, per un orfanotrofio in Thailandia. Perché è questo che gli architetti dovrebbero fare: pensare ai problemi veri. Ed è un fastidio leggere solo di ville pagate cifre mostruose in altre riviste di architettura. Che sfida è riuscire a costruire una casa per una famiglia nella provincia francese? Non mi sembra per niente allettante, almeno nelle mie prospettive. È più o meno a questo punto del ragionamento che ho capito che, da grande è questo che voglio fare: costruire per la pace, per la parte più difficile della società. Riscattare l’architettura cosiddetta “impegnata”.

  4. Un altro blog che parla di architettura, e che non posso mancare di segnalare, è certamente questo. 

    Non è un normale blog di architettura. È una serie di racconti urbani incentrati su Los Angeles, sulla sua diversità rispetto alle altre città (Reyner Banham ne ha trattato in un saggio che ha segnato un’epoca), sui palazzi nascosti e sulle baracche esposte.

    La cosa più sorprendente è che chi scrive non è uno studente di architettura, un architetto, un appassionato che ha tutto il tempo. No, è Moby.

  5. Gottfried Bohm, architetto tedesco che ha operato in Germania dopo la seconda guerra mondiale. Dagli anni ‘20, in cui è nato, ha preso la passione per il cemento armato e per le linee rette, che si uniscono non come in passato in modo razionalista, piuttosto creando un’architettura “espressionista”.
Ha vinto il Pritzker Prize nel 1986.

    Gottfried Bohm, architetto tedesco che ha operato in Germania dopo la seconda guerra mondiale. Dagli anni ‘20, in cui è nato, ha preso la passione per il cemento armato e per le linee rette, che si uniscono non come in passato in modo razionalista, piuttosto creando un’architettura “espressionista”.

    Ha vinto il Pritzker Prize nel 1986.

  6. Decisioni e futuri

    Devo ammettere che questo mio spazio sulla rete è stato un po’ abbandonato a sé stesso. Lo uso solo come contenitore per le mie classifiche di fine anno, se proprio va bene. 

    Decido quindi di riprendere questo blog, in una veste del tutto nuova (per i miei standard), in linea con i miei interessi ed i miei studi. Parlerò (e scriverò) di architettura. 

    Collateralmente, ovviamente, si parlerà anche di musica e/o cose varie.

  7. L’ultimo progetto di Aldo Rossi: il complesso di cà di cozzi a Verona.

    L’ultimo progetto di Aldo Rossi: il complesso di cà di cozzi a Verona.

  8. abandonedporn:

Abandoned Nuclear Cooling Tower (by ill-padrino)

    abandonedporn:

    Abandoned Nuclear Cooling Tower (by ill-padrino)

  9. I dischi che hanno fatto il mio 2011, in rigoroso ordine sparso



  10. My Top 5 Artists (Week Ending 2011-12-11) →

    1. The Decemberists (54)
    2. The Black Keys (21)
    3. 13 & God (18)
    4. Bon Iver (16)
    5. Built to Spill (14)

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  11. My Top 5 Artists (Week Ending 2011-11-27) →

    1. IOSONOUNCANE (16)
    2. Polvo (13)
    3. Neutral Milk Hotel (10)
    4. Villagers (3)
    5. Yelle (3)

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