Venerdì stavo scendendo dalla mia facoltà verso Trento, a piedi, con dei miei compagni di corso. Discutevamo della prova in itinere di statica, del concerto del sabato precedente degli Offlaga Disco Pax, delle consegne di rilievo e di cose varie.
Ad un certo punto uno di loro, veronese pure lui, mi fa: Hai visto che mercoledì è tornata la vera piazza Dante?
Cosa vuol dire la vera piazza Dante, gli ho risposto. La sua risposta è stata molto diretta, purtroppo. Una risposta basata sull’idea che piazza Dante debba per forza essere un luogo per quelli che vengono intesi come “alternativi”. Una piazza epurata da ogni diversità, senza i “fighetti” (parole sue).
Ma non trovo bello qui mettermi a giudicare le idee di un amico. Preferisco quindi esporre qui ciò che è emerso dalla discussione (abbastanza accesa) sull’argomento.
Partiamo dalla terminologia. Non potrò esimermi dall’usare generalizzazioni, anche se molto spesso imprecise. Ognuno di noi è un individuo, e penso che nessuno si senta appartenere ad una categoria definita come quella degli “alternativi” o dei “fighetti”. Ma queste due categorie mi tornano utili per descrivere le differenze sociali all’interno di piazza dante. Sono due estremi, ben inteso, e la maggior parte delle persone che frequentano quella piazza ho ragione di pensare si trovino nel mezzo.
Vorrei provare a definire questi due generi, ma credo che facendolo renderei la questione ancora più complessa, quindi lascio a voi il compito di capire a cosa mi riferisco.
Il ritrovo del mercoledì sera in Piazza Dante non è nato da “alternativi” né da “fighetti”. È nato prima di tutto da persone che sentivano la necessità di avere un posto in cui socializzare all’aperto, senza dover rinchiudersi in casa nei mesi estivi. I primi che hanno risposto alla chiamata, ovviamente, sono stati gli “alternativi”. Il loro nome ci dice anche perché: per costruire un’alternativa all’imperante obbligo di andare per bar per trovarsi con gli amici.
Nel tempo le cose sono cambiate, e la composizione della piazza si è variegata, portando persone che non hanno obiettivi comuni agli “alternativi”, ma che hanno il solo scopo, in piazza Dante, di stare con i propri amici e di divertirsi. Ed è una cosa bellissima, perché siamo veramente in tanti, e siamo tutti diversi, e vogliamo tutti divertirci. Nella nostra città, nella nostra piazza.
Si potrebbe parlare anche della coscienza di questa azione. Quante persone tra quelle che frequentano quella piazza sono coscienti del fatto che la loro presenza è un atto politico? Un atto urbano, prima di tutto; una rivendicazione della “proprietà” della città: la città è dei cittadini, che hanno il diritto (e a mio avviso anche il dovere, per definizione) di viverla. Nessuno dovrebbe limitare questa libertà.
[Riguardo agli abitanti della piazza, che saranno due di numero visto che il centro storico si avvia ad un totale abbandono in favore dei turisti (di questo parlerò in un’altra occasione), dico una cosa: è giusto lamentarsi, ma non credo che due chitarre e qualche chiacchera faccia più rumore dei bar che sparano musica in piazza erbe. E non so dove siate voi d’inverno quando la piazza si riempie dei mercatini di Natale, perché quali fanno come minimo lo stesso rumore.]
Torniamo però al concetto espresso dal mio compagno: la Vera (si, maiuscolo) piazza Dante. Cosa vuol dire Vera? Secondo lui (e molti altri, con cui ho parlato la scorsa estate) solo con gli alternativi. Ma se ciò accadesse tutto ciò che piazza Dante ha rappresentato e costruito crollerebbe in un secondo.
Nella piazza ci deve essere la libertà di trovarsi, la libertà di condividere anche con persone che non si conoscono o che non sono della nostra stessa idea. Non dobbiamo cadere nella ghettizzazione, cosa che accade troppo spesso e che viene accettata per comodità. Dobbiamo piuttosto cercare di insistere sul risultato a cui la piazza ci ha portato: persone provenienti da ambienti così diversi si trovano nello stesso luogo e si acccettano. E magari, in un futuro, si parleranno anche.